Apri gli occhi: Quando il cinema mente 1. Il cinema degli anni ’80-un’introduzione (con un occhio di riguardo all’oltreoceano)

Apri gli occhi: Quando il cinema mente

1. Il cinema degli anni ’80-un’introduzione (con un occhio di riguardo all’oltreoceano)

Troppo spesso, e soprattutto in ambito cinematografico, si parla degli anni’80 come di un decennio di transizione. Il cinema, che dalla fine degli anni ’60, con la politica degli auteurs in Francia per esempio, e per tutti gli anni ’70 aveva espresso la rabbia e lo sdegno di una generazione in lotta, durante gli anni ’80 si rimette di nuovo in discussione. La televisione, che in questo periodo rappresentava il più importante mezzo di comunicazione di massa, raggiungeva allora il suo massimo sviluppo, presentandosi si come “banca della memoria”, mettendo cioè a disposizione, attraverso gli archivi, una quantità di materiale cinematografico che in precedenza era accessibile solo ai cinefili, ma formando allo stesso tempo un nuovo tipo di spettatore, lo spettatore “disattento”. In Italia, durante tutti gli anni ’60, nonostante film di livello “popolare” come quelli dei comici più noti richiamassero la stragrande maggioranza del pubblico cinematografico, i grandi nomi del cinema d’autore come Antonioni e Fellini, lungi da essere ghettizzati in circuiti specialistici come quelli dei cineforum, richiamavano un gran numero di spettatori. Film come “La Dolce Vita” erano campioni d’incasso, ed il cinema rappresentava ancora un momento di aggregazione di discussione importante, non solo specialistica ma anche popolare. La comparsa del mezzo televisivo, un contenitore senza contenuto, tolse progressivamente importanza al cinema, sminuendo la sua funzione mitologica e sociale. Lo spettatore, messo di fronte ad un’ offerta vastissima e senza precedenti, diventò presto passivo nei confronti di uno spettacolo il quale, più che venirgli offerto gli era imposto, socialmente imposto. La fruizione stessa dell’opera cinematografica, ridotta di dimensioni e di valore nel passaggio catodico catodico, diventava qualcosa di diverso: non più un “appuntamento” ( l’evento da non mancare era il quiz con Mike Bongiorno per esempio), ma un riempitivo. Nel corso degli anni successivi, gli anni della contestazione, il cinema sembrò volersi riappropriare del ruolo che gli era stato tolto offrendosi come strumento di denuncia. Nonostante l’indiscusso valore politico, e spesso anche artistico, di alcuni di questi film, il rischio era quello di cadere nella facile retorica, nella propaganda come nel caso de “Il nuovo cinema tedesco”), a scapito della ricerca formale e artistica (dicotomia magistralmente superata dal cinema di J.L. Godard). Il clima, nonostante tutte le critiche che si possono portare al cinema di questo periodo, era di grande fervore ed entusiasmo. Per questo ed altri motivi gli anni ’80 vennero visti come un periodo di regressione, un “abbassare le armi” a favore del disimpegno e della leggerezza. Vediamo in questi anni infatti, grazie anche al sempre più capiente serbatoio televisivo, l’esplodere di un sistema produttivo basato su fasce: film per giovani, film per donne, film per bambini, film per famiglie ecc. L’impegno politico sembra venir meno. Il cinema di genere (fantascienza, horror ecc.) conosce una nuova primavera e Reagan, in america, vince le elezioni presidenziali. Lo yuppismo diventa uno stile di vita da imitare, l’individualismo e la rapacità prevalgono sulla socializzazione. Viene recuperato, in pieno clima reazionario, la figura dell’eroe tutto di un pezzo; il film d’azione militarista “trova un altro sbocco nella fantascienza e nell”esagerazione megalomane” [Cahiers du Cinéma di Marzo 2003, numero 577] Le piccole case indipendenti, che durante tutti gli anni ’70 avevano rappresentato un’opposizione, anche politica, al sistema delle major, si danno alla produzione di genere ed i cartelloni cinematografici presentano una nuova generazione di giovani registi i quali, favorendo lo spettacolo ed il facile effetto, si allontanano nettamente dal cinema autoriale. O così sembra. In realtà il cinema degli anni ’80 rappresenta uno dei fenomeni più interessanti, enigmatici ed importanti degli ultimi anni. Passato il periodo di una sperimentazione molto spesso fine a se stessa, una sperimentazione che non si preoccupava di porsi dei limiti o di instaurare un dialogo con lo spettatore, arriva finalmente, con gli anni’80, il momento della riflessione, della digestione e, certo, anche del cannibalismo. La domanda è questa: è possibile, muovendosi principalmente all’interno del cinema di genere, portare avanti un discorso di tipo autoriale che, inglobando le esperienze precedenti, le superi in nome di un riavvicinamento al grande pubblico? Se il cinema horror o fantascientifico degli anni ’40 e ’50 aveva già risposto positivamente a questa domanda (grazie però ad una rivalutazione a posteriori da parte della critica) il problema era pur sempre aperto. Considerando il cinema degli anni precedenti come “moderno”, nel senso che tendeva ad un superamento o addirittura ad una negazione della tradizione, si può parlare del cinema degli anni ’80 come di un cinema “postmoderno” proprio per questo suo sentimento nostalgico, per questa sua tendenza al ripensamento ed alla riflessione. Non bisogna però pensare che il cinema degli anni ’80 abbia soltanto elaborato, in chiave commerciale, una tradizione precedente. Si può anzi dire che gli anni ’80 abbiano prodotto anzi un nuovo tipo di sperimentazione. Affermare che il cinema è un’industria prima di essere un arte è dire cosa nota, ma partendo da questo si può dedurre che chi investiva forti somme per film programmaticamente di successo non lasciava certo un margine molto ampio all’innovazione o alla sperimentazione. La nascita quindi di un numero incredibile di produzioni low-budget (e quindi a basso rischio commerciale), legate soprattutto al circuito dei film di genere, favorì la sperimentazione di soluzioni linguistiche particolarmente innovative, soluzioni che poi sarebbero state riprese e standardizzate negli anni successivi dalle grandi major. Si pensi per questo solo al cinema di Yuzna, di Carpenter o di un piccolo grande autore, troppo spesso dimenticato, come Joe Dante. Altri autori

allo stesso modo innovativi andarono invece nella direzione opposta adattando le novità, che un incredibile sviluppo tecnologico offriva, ad una tradizione consolidata. Il cinema ipertecnologico di Spielberg, se si riesce a vedere dietro l a patina degli effetti speciali, presenta un gusto profondamente retrò (anche il recentissimo “Minority Report”), ed il “Guerre Stellari” di Lucas è tutto meno che un film di fantascienza. All’interno di questa saga, iniziata nel 1977, convergono molti generi classici del cinema americano (e non solo): il western (si pensi solo alla scena in cui Luke torna a casa e trova i genitori trucidati), il cinema di guerra ecc., con alcuni ammiccamenti alla filosofia orientale ed al cinema nipponico. Si potrebbe pensare però, visto quanto detto finora, che il cinema degli anni ’80 rappresenti solo una grande riflessione teorica o, diversamente, un tentativo collettivo di riutilizzare l’esperienza cinematografica dei decenni precedenti a scapito dell’ impegno politico e sociale. Non è così. La cinematografia di Carpenter è una grande riflessione sull’america reaganiana (“Essi vivono” solo per fare un esempio), il cinema horror si presenta come un cinema della diversità ed in alcune sue particolari espressioni (come il body horror) si trova molto vicino alla riflessione, certo anche politica, di alcune correnti come quella bodyartistica. Si pensi poi come alcuni eventi tipicamente cinematografici quale l’inseguimento, il duello o l’assedio, trasfigurati nell’esagerazione, raggiungano vette di squisita astrazione e di universalità, arrivando a parlare, partendo da un piccolo fatto, di tutt’altro. Inoltre, occorre specificarlo, qui si è parlato dei nuovi autori ma bisogna tener conto che grandi nomi del gotha del cinema mondiale come Kurosawa, Antonioni, Herzogh, Wenders o Fassbinder, produssero in questi anni alcune delle loro opere più importanti, non lasciando estinguere la tradizione del “grande cinema d’autore”. Ma il “piccolo cinema d’autore”, soprattutto in america, cominciava contemporaneamente a far sentire la propria voce, affermando che un film poteva essere considerato di valore anche se prodotto con budget stratosferici (come i Film di Fellini e di Visconti d’altro canto) e che l’affluenza di pubblico non costituiva certo una discriminante. Gran parte della critica dell’epoca si stupì quando Tim Burton riuscì a realizzare, con Batman, un film d’autore con un budget di 45 milioni di dollari. Certo, quella degli anni ’80 fu una ricerca soprattutto estetica (il discorso politico, quando non riproduceva fedelmente la logica reaganiana, era il più delle volte marginale) più che politica o ideologica (lo stile degli spot e dei videoclip influenzò prepotentemente il linguaggio cinematografico). Si parla qui però di una ricerca che ha continuato a dare i suoi frutti, a maturare, fino ai giorni nostri. Gli anni ’80 sono stati gli anni del meraviglioso: è toccato poi agli anni ’90 (decennio inesistente sul quale bisognerebbe indagare più a fondo) aggiungere ad una ricerca prettamente formale il disincanto, la riflessione. Si guardi solo al percorso di Zemeckis il quale, partendo da film disincantati e nostalgici come “Ritorno al Futuro” o “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” è recentemente approdato ad opere importanti e di profondo rigore come “Cast Away”. Noi spettatori non abbiamo ancora, a differenza delle case produttrici, digerito gli anni ’80. Quando pensiamo ad un film realizzato in questo periodo pensiamo ad un prodotto d’intrattenimento. Il discorso formale e politico dei film di Carpenter per esempio, viene spesso soffocato dalla confezione e bisogna riflettere attentamente sulla sua filmografia per coglierne tutti gli aspetti significanti (l’ossessione per il nemico invisibile- ossessione così tipicamente americana, il potere della parola scritta e della comunicazione in genere ecc.) mentre il cinema horror in genere, presentandosi come prodotto d’intrattenimento, non porta certo lo spettatore a cercare, nel momento della visione e successivamente, qualche cosa di più. Anche riconoscendo un profondo valore alla discussione, alla riflessione formale però, bisogna ammettere che questa riguarda un limitato numero di esperti, appassionati o addetti ai lavori. Gli altri, il grande pubblico, fruiscono il prodotto cinematografico , anche “ilgrandecinemad’autore”, come intrattenimento. Qui possiamo capire la vera, grande, novità, introdotta dal cinema degli anni ’80. Coniugando le forme del cinema commerciale con un discorso autoriale ben preciso il cinema di questi anni parla direttamente alla gente, e parla attraverso un linguaggio che tutti possono capire se vogliono, senza imporre il messaggio ma trasmettendolo in maniera quasi ancestrale (si pensi solo al bellissimo “Apocalyps Now” di F.F. Coppola)

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