L’estate di San Martino

un mio racconto “giovanile” pubblicato anche su La dimora del tempo sospeso (http://rebstein.wordpress.com/2008/01/07/lestate-di-san-martino-di-andrea-tosti/)


L’estate di San Martino

L’estate di San Martino impone il silenzio. Nel palazzone condominiale i vicini dormono: anche se è sabato qualcuno il giorno dopo andrà lo stesso a lavorare, e per non rischiare di dovere discutere si rimane lì a fumare, chiacchierando sotto voce poiché non è troppo tardi e stranamente è ancora troppo presto per uscire. Ma, si sa, da lì a poco, si sarà fuori, e tutto questo stare insieme è solo un’attesa. Nella stanza accanto, un’altra ragazza, una trovata già dentro l’appartamento da affittare, scontata e silenziosa come il mobilio o i piatti in cucina, è a studiare: neanche lei bisogna disturbare. Arrivati rumorosamente all’ora di cena, una piccola tribù carica di spaghetti e vino, mangiando insieme si è provati a convincerla a venir fuori con noi, ma lunedì ha un esame e non è sicura, e ripassa, e studia: neanche il sabato sera la tenta dal lasciar perdere, neanche il dirle che tanto è inutile, un giorno in più non l’aiuterà e farebbe meglio a rinunciare, a staccare la testa. Eppure la nostra compagnia è anche buona, non delle peggiori: potrebbe capitarle di star bene.

A qualcuno, forse ha fumato e bevuto troppo, scappa da ridere, senza motivo, e bisogna cercare di farlo smettere, perché quella risata prorotta così all’improvviso è rumorosa, gonfia e maligna. Ciononostante, anche chi gli dice di star zitto, dopo un po’ non ce la fa e lo segue, e poi un secondo, e un terzo, e non passa tanto che ci troviamo tutti gonfi, afasici, quasi a soffocare. Chi riesce a fermare un altro, subito dopo prende il suo posto, e quelli seduti a terra si stringono le braccia e il torace e si rotolano un po’, buttando le gambe all’aria, e quelli in piedi gli si gettano sopra, sempre più senza controllo, a ridere, ridere, rossi in volto, che l’aria manca, e a sentirci inerti, senza controllo, ci abbandoniamo sempre di più, e ancora e ancora, che si ha paura di non riuscire a smettere. D’improvviso il silenzio. Senza che nessuno abbia detto niente si finisce. Non succede davvero d’improvviso, qualche risata si strascica stentata, qualcuno ancora prova a riprendere da capo, ma l’ebbrezza è passata, e ci troviamo a fissarci con la coda dell’occhio, né pensierosi né stupiti, e poi a guardare il centro buio, ideale, formato dal cerchio irregolare dei nostri corpi.

Ancora affannati persistiamo nella stanza senza niente da dire, e quella passata allegria stende ora, con la sua assenza, un silenzio ancor più denso del precedente, tanto che alcuni rumori, sempre presenti, come lo scorrere continuo del traffico poco distante, salgono subito al centro dell’attenzione: e questo tapis roulant notturno, questo disco rotto di clacson e torace cittadino riempie la stanza come se ne piovesse dal soffitto, come se le mura trasudassero un’estate che non c’è più ma s’insinua fra le pareti alla stregua di un anacronismo, un assurdo fisico e meteorologico. Poco a poco invade quei pochi metri cubi. Ricopre il letto montato su tubi innocenti per ricavarne un piccolo baldacchino, i vestiti lasciati qua e la sulle sedie e su di una poltrona in finta pelle, il tappeto in lana battuta, si arrampica sopra l’armadio e scivola dentro i cassetti e, anche se nessuno sembrerebbe volerlo ammettere, questo silenzio nuovo, fatto di presenze sconsolanti, ci semina nel petto un’inquietudine antica, e più che seminarla, la concima, l’innaffia, quasi fosse sempre stata lì, presente. Claudia, dalle gambe magre magre, e appetitose, strette in quelle calze a strisce verdi e nere che ne disegnano il polpaccio muscoloso e secco, si prende le caviglie con le mani tirandosele sotto il culo, ma il gesto è un po’ troppo lento, un po’ troppo adeguato perché a qualcuno sembri davvero necessario. Si resta lì allora, senza sapere che fare per un poco ancora, quasi ci fosse qualche cosa su cui tacere.

Qualcuno accenna ancora l’intenzione di un gesto: chi si passa le mani fra i capelli, chi cambia posizione quasi che a star troppo seduti ci s’indolenzisca ma, come se ci si sentisse troppo osservati, o che ci s’immagini chissà quale immobilità adeguata al momento, le traiettorie degli arti si spezzano a metà, e tutti ci s’irrigidisce quasi fossimo un corpo solo, stordito, assediato chissà da quale forza oscura. Si sarà rimasti lì non più di un minuto, o forse due, ma chissà per quale abitudine, forse per la presenza imbarazzante degli altri, a tutti sembrò di più. Fossimo stati io e qualche amico, di quelli che non ricordo quasi più, ci si sarebbe di nuovo seduti dentro noi stessi, aspettando che l’imbarazzo passasse – un orecchio alla strada, un occhio a qualche oltre lontano – ma questo gruppetto qui, da passarci tutte le sere in allegria e che a starci lontano un mese avrò dimenticato, sembra pronto a fermarsi presto, quasi si muovesse a pile o grazie a chissà quale altra carica instabile, incapace di scivolare via, ma solo di spezzarsi, come un motore in cui scompaia la benzina. Un colpo di fucile in testa.

Come si fa a pensare? Troppo tardi e si è già fuori, quelli che possono immalinconiti, con un vezzo di tristezza sulla fronte, e gli altri ancora allegri, quasi contratti dall’allegria: che ti viene da pensare dove lo trovano il fiato finché ti accorgi che sei tu quello che fa più casino, che sei tu quello che non sta mai fermo. L’ululato sordo di un clacson in effetto doppler c’introduce alla serata notturna; allo sfilare languido di luci gialle e rosse di fari posteriori in coda per arrivare al centro, all’accavallarsi di locali e piazzette medievali collegate da viuzze strette, dagli angoli ottusi, progettate per l’agguato, dove ci si trova in fila, una bottiglia di birra in mano, il passo lento adeguato a quello della calca, che anche il solo parlare sembra impossibile.

Tutti fuori a ringraziare l’inverno per questa tregua, tutti brilli, rumorosi, allegri, svuotiamo i locali e riempiamo le piazze e così via, e certi dalle finestre protestano senza possibilità di venir ascoltati. Una signora in vestaglia butta giù secchiate d’acqua dalla finestra e quando proprio non ne può più tira giù anche il secchio, al centro della calca: un colpo secco contro le pietre di porfido, il tintinnare del manico mentre fa un mezzo giro prima di fermarsi.

Di cosa starà parlando tutta questa gente non si sa; si salta da un argomento all’altro come se a niente si volesse dare fondo, e chi s’incontra porta nuove chiacchiere, qualche pettegolezzo, e i seni, e le cosce e le schiene, quasi scoperti per l’eccezionalità di una sera, spingono ad andare avanti con la promessa di un piacere che, si sa, non arriverà se non quando troppo ubriachi per il vino nuovo, o troppo stanchi per goderne. Se il momento è giusto, se la serata è matura, si può chiudere anche gli occhi e, lasciando nel corpo quella traccia di coscienza necessaria a stare in piedi, farsi guidare dal moto pulsante della folla, sentire le correnti che s’incontrano e si dividono, i gruppi che si stiracchiano gonfiando delle propaggini umane, dei peduncoli ebbri i quali, arrivati alla massima tensione, si spaccano in superficie disperdendo come polline braccia, gambe, parole, persone, che subito un’altra cellula attrae, avvicina, fagocita, indifferenzia. Improvviso il contatto, credi disperato, di un paio di nocche che sfiorano le tue: per un attimo; e su quell’attimo costruire tutta una storia di caldi e di freddi, di rossi e di blu, di fiche grondanti e culi da forzare, facce sciolte dall’orgasmo, schiene tese e bocche a palloncino, è questione di niente. Un relè nel cervello scatta e siamo nel mondo della pornografia; un clic e tutti quelli che vedi intorno sono focolai di carne in giro per scambiarsi fluidi, per farsi prendere, mangiare, digerire.

Siamo in cinque, senza contare quelli che si sono aggiunti durante la serata, e che poi sono andati via, aggregandosi ad altri gruppi e sedendosi a tavoli diversi, con una strana voglia di parlare di tutto che puntina gli occhi di fanatismo, come s’immaginano gli occhi folli di un Rasputin, di un Savonarola. Di quelli che erano a casa per la cena solo una se ne andata, una piccoletta, i capelli a caschetto nero, rasati alle tempie. Ha trovato anche lei qualcun altro per la strada, e ci ha lasciati, dopo avermi promesso senza parole un’intimità calda, un sesso gonfio e turgido e forse un orgasmo asciutto da scaricare nel suo letto o in qualche angolo fuori mano. Invece se n’è andata, piantandomi nelle braccia e nelle ossa quella gelosia folle che mi scatena dentro solo il non provato.

Siamo in cinque, allora, qui seduti, o meglio in quattro adesso, da quando Alessandra se n’è andata, e tutti dicono o pensano che non è stato un guaio, per quanto poco si sforzasse d’essere socievole. A me, che a vederla così zitta, speravo mi parlasse, se l’avesse fatto non l’avrei notato, tanto sono intriso di formule annacquate di femminilità che la sorpresa e l’individualità mi trovano debole e quasi sempre compromesso. Andata via lei, seduti al tavolo (e quanto ci fermeremo non si sa, già è il terzo locale stasera), ci siamo io, che di questo mio sentirmi estraneo e consapevole mi compiaccio, la mia amica Loredana, che anche a starci insieme tutti i giorni, anche a svegliarmi qualche volta sul suo divano quando è troppo tardi per tornare a piedi a casa, anche ad esserle confidente, so che me la dimenticherò il giorno dopo che me ne sarò andato, non un’ora più tardi, e di tutti questi momenti passati insieme, al contrario di quello che si dice, non resterà neanche il ricordo. In macchina, appena superato il casello, starò già pensando a chissà cos’altro. E forse la stessa cosa varrà anche per gli altri, anche per quelli in cui, forse perché li conosco poco, vedo più di quello che c’è o almeno di quello che posso capire.

Per giustificare queste mie serate con loro, in Alessandro, quello più sguaiato, nel suo passare da una donna all’altra, in quei suoi momenti di silenzio, credo di trovare una malinconia che possa avvicinarmi a lui, in Stefano, al quale piace atteggiarsi da stregone urbano, da mistico della cabala, barba fatta apposta per ricordare un piglio luciferino, con tutte quelle pipette, chilum, droghe, erbe, funghi che va a raccogliere di persona nel bosco per gli amici, con quella sua retorica da predicatore fanfarone della nuova frontiera, forse lo rivesto di una certa intelligenza che non ho modo di credere appartenergli: e a chi, anche solo un po’, si può negarla? Serve a tutti per sopravvivere: l’intelligenza delle mani, l’intelligenza del corpo, l’intelligenza del sesso e del fottere, l’intelligenza ottusa e quella sorda e cieca di alcuni che stanno felici così, senza capire. Che ammirazione per l’intelligenza che si nega, che si annulla, per l’intelligenza fai da te, l’intelligenza attrezzo che tiri fuori solo quando serve. All’altro lato del tavolo Daria, forse non bella se non prima di poche birre, Daria sogno ultimo da realizzare, desiderio in cantina, corpo da immaginare quando sono troppo triste, troppo ubriaco, troppo solo. Daria che conosco da una vita che e che vorrei solo per sfizio, solo perché è lì, Daria che non so chi sia mentre le sorrido scherzando attraverso il fondo scuro e spesso del boccale.

Che ore si saranno fatte? Saremo usciti verso le undici, undici e mezza, ma non saprei dire da quanto stiamo fuori, da quanto siamo in giro. A guardare l’orologio che ho in tasca non ci provo; avrei paura di scoprire che è appena l’una, o forse l’una e mezza, e che in questo poco tempo abbiamo scherzato, ci siamo innamorati e siamo stati lasciati, abbiamo litigato e fatto pace, abbiamo riso e abbiamo bevuto come se si fosse insieme da sempre, come se questa fosse la vita; e a pensare che forse è così, o che lo sarà, lo stomaco si stringe in un punto solo, si annoda come se fossi stato morso da un serpente, e me le mie gambe e le mie mani si allontanano mentre il collo si spezza e la mia testa acino d’uva sprofonda nel mio pantagruelico corpo, affondando in questa carne vischiosa e scomoda come certa frutta candita sospesa nella gelatina dei budini nelle vetrine delle pasticcerie. Sembra star ferma ma invece il suo movimento è verso il basso, millenario. La birra mi prende il cuore in una mano e lo strizza.

Le pareti color pesca del pub, i bicchieri spessi e sfaccettati che l’antimonio ha reso giallo livido, gli applique rosso bordò, il bancone illuminato dal basso da tubi nodosi che trasfigurano in una nuvola di neon i volti dei ragazzi alla spillatrice, la porta in vetro piombato incassata in una cornice di legno chiaro, forse ciliegio, la piccola piazza stretta nell’abbraccio della torre e della biblioteca assonnata, il selciato disegnato a sampietrini, gli alberi potati di fresco, un’equazione di crescita matematica nuda e desolante, un cielo limpido, profondo e iperrealistico da fotografia orbitale sulla quale si stende un silenzio d’eterno, e poi gente e gente, gente che entra, parla, beve, fuma, esce di nuovo, si siede, saluta, ride, fa cadere qualcosa, si sveste, si riveste, sfila e infila cappelli, sciarpe di lana, di chiffon, foulard di seta e sintetici, la fila ai bagni, la luce violenta dell’incandescenza del tungsteno che falcia la stanza in penombra ogni volta che la porta basculante è portata avanti, o indietro, finché non si ferma, il rumore di una rissa sommessa, chi si bacia, chi gioca a carte, chi beve un caffè, corpi caldi e corpi freddi, macchie azzurre, macchie azzurre, rosse e gialle in un visore termico, l’astrazione democratica dell’ultravioletto, il fumo, il vapor acqueo, il sudore, scaglie di cute, capelli, epidermide, forfora, tartaro, saliva, rossetto, creme per il corpo, creme per la pelle, fard, rimmel, fondotinta, henné, deodoranti anallergici, gas, aspirine, antistaminici, zuccheri, carboidrati e proteine, calcio, ferro, potassio, acido nucleico e ribonucleico; poi cazzi, bocche, capelli, cosce, mani, schiene, schiene tese, schiene che si muovono come delle facce, schiene espressive, schiene da esposizione, dita che schioccano, dita che artigliano, che graffiano, dita da succhiare, le articolazioni, le falangi che si riallineano con un rumore secco, il consumarsi dei bacini contro i bacini, lombi, dorsi a cui tenersi, fianchi da serrare, da stringere, spalle da inchiodare al letto, al tavolo, al muro del vicolo, al cofano, al prato, all’albero, alle lastre cimiteriali, sulle mattonelle del bagno, un’erezione, una birra, il sesso, la visione del mio orgasmo al rallentatore, il mio seme sul suo viso, il mio seme sul suo petto, labbra rosse di sangue, la mia bocca sulla sua bocca, il mio respiro che si spezza nel suo, confusione, spossatezza.

Che ore si saranno fatte?

Mi sorprendo di fronte mentre rido, e alle mie spalle mi osservo ingobbirmi e intristire. Di profilo non so, forse resto indifferente: dall’alto non tutto è chiaro o distante, e le lampade sopra i tavoli definiscono i gruppi meglio delle amicizie e delle simpatie. Il giorno è ancora così lontano.

Chiedo a Daria: hai voglia di fare un giro? O qualcosa del genere.

Oppure è lei a chiedermelo; la cosa era nell’aria da un po’. Forse non avrei voluto, ma tutto sembrava portare a questo. Il caldo, gli amici, la birra. Un attimo solo, un attimo prima di chiederglielo pensavo che non avrei voluto farlo, che mi sarebbe piaciuto tornare a casa presto, magari leggere un po’. Forse neanche questo: sedermi o stendermi sul letto a schiena nuda, le lenzuola fresche cambiate di recente, spalancare le finestre, sentire il chiacchiericcio della calca finché non fosse scemato, addormentarmi con la sera, spegnermi con le voci, restando anche ad occhi aperti, imbambolato senza ragione, la bocca socchiusa, il respiro che pian piano avrebbe seccato le labbra, gli occhi al soffitto e le mani ai fianchi o strette a conca intorno al sesso tiepido. Addormentarmi così, dolcemente, tanto lentamente da non accorgermene e passare tutta la notte, chissà se nel sonno o nella veglia, a chiedermi continuamente: «Sono sveglio?» «Starò già dormendo?» «Sto per farlo?».

Questo un attimo prima. Un attimo dopo le stringo la mano fra la folla con la scusa di tenerla vicina. Quella mano molliccia e sudata, una mano che si lascia portare, abbandonata nella mia quasi di una volta più grande: e nella mano le falangi, il metacarpo e il carpo, e attaccata alla mano l’ulna e il radio, l’omero e poi la clavicola, lo sterno, la cassa toracica.

Le posso sentire una ad una le sue ossa mentre l’abbraccio nell’oscurità del vicolo, in questa bolla peccaminosa in penombra, disturbati solo dalle grida di qualche ubriaco e dai passi affrettati della gente che passa.

Premendo con le punte delle dita posso contare le sue costole una ad una. Facendo forza negli interstizi molli, e facendo scivolare la mano come se si contassero i denti di un pettine, le strappo un grido. La sento che si abbandona, e più l’accarezzo più diventa pesante, instabile. Reggiti, reggiti, reggiti, mentre con le dita penetro, brano a brano, sempre più a fondo nel suo corpo. Sotto il maglioncino verde la pelle sudata della schiena, i fianchi poco definiti, il collo corto, uno due tre quattro cinque dieci venti trentatré vertebre, la fossa umida delle natiche al fondo, lo sfintere di cui avverto il contrarsi, la pelle in tensione sull’arco dell’ilio, un brivido scontato al tocco della punta delle mie dita, gli umori caldi della sua vagina, il suo dilatarsi, un clitoride sempre più gonfio: un secondo grido, che scivola a terra goccia dopo goccia, una vocale alla volta, mentre, tutt’intorno, le cose acquistano un’evidenza assurda. Alla mia attenzione saltano le giunture dei mattoni di un angolo sbrecciato del muro, il rumore incostante di qualcosa che sbatte sopra di me e che mi sembra di vedere, anche se è al buio e troppo in alto.

I rumori secchi che fa il suo cappotto sintetico sfregandosi con il mio, qualche passo, il disegno luminosissimo della pavimentazione pubblica, la luce quasi a giorno dell’insegna di un bar che fa esplodere lo spazio stretto di un vicolo poco lontano, l’odore di un forno già al lavoro, quello troppo forte del suo profumo e dei residui dello shampoo. Conto le lastre di marmo dell’ingresso di un negozio di abbigliamento, separo mentalmente una ad una le lettere dipinte in oro dell’insegna, penso a chissà quali impegni per il giorno dopo, ad un esame lontano, a quello che staranno facendo quelli rimasti dentro, se staranno parlando di noi, e come, ed ad una gita che vorrei fare. Un altro grido, ancora, la sua faccia affondata nell’incavo della mia spalla, il respiro caldo e affannato che sento attraverso la trama di lana e cotone della mia maglia. E la mia erezione, che anch’essa si scioglie meccanicamente in un qualcosa di umido e appiccicoso, è lontana, come se il mio cazzo fosse qualcosa che ho messo in tasca e che tiro fuori alla bisogna: qualcosa da riporre appena finito, un radiocomando inerte del piacere e della consolazione, un inseminatore da viaggio in aereo, come un rasoio a batterie. Il piacere mi sale alla testa come una fucilata, una scossa che risale in un microsecondo la scala della spina dorsale: tanto violento quanto inaspettato, improvviso; e quando la frustrata mi riempie il naso, gli occhi, le mani e mi svuota tutto il resto, mi arrendo, la stringo, provo per lei un affetto esausto e temporaneo. Questa dolcezza che mi pervade mi distrugge: per un piccolo, piccolo momento sono arreso, sfinito e innamorato. Mai innamorato come adesso, di un amore che conta i battiti al minuto del mio cuore, aspettando che si tranquillizzi, per evacuarmi gli occhi, un amore che combatte contro il mio respiro affannoso e rovente.

Quando il sangue smette di battere, quando la piccola asfissia delle mie cellule cerebrali non lascia più segno di se e scivola via, forse nel tombino qui accanto, tutto torna all’evidenza sconcertante di prima. Rimaniamo per un po’ abbracciati, senza dire niente, quasi senza respirare. Io sono li, con le mie cellule, con la mia pelle, le mie ossa, i miei pensieri, i miei desideri densi e quelli molli: sento tutta la mia cerebralità e le mie passioni, la mia indifferenza e la mia presenza, l’umor vitreo e il sudore salato sulle labbra, le conche umide delle ascelle, la guancia su cui lei passa la sua mano ancora odorosa dei miei umori. Sono qui in tante parti. La mascella in tensione, i denti dolenti, le labbra contratte, le spalle tese, ma allo stesso tempo non ci sono: mi guardo da un secondo dopo, e poi da un minuto in avanti, poi da un’ora, un giorno, una settimana, un mese, la barba lunga da fare, due mesi, ancora qualche esame, un anno, la laurea, ed ogni volta che mi giro quei due corpi abbracciati, di cui forse uno era stato il mio, sono sempre più lontani, e li guardo con più indifferenza di quella che riservo alle cose, alle serrande dei negozi chiusi, alla luna luminosa e lattea, alle nuvole ectoplasmatiche, al respiro. Inizia a levarsi un vento mattutino, già freddo. O forse no, non so.

Dopo qualche minuto siamo già dentro: ricomposti, rassettati, con un certo imbarazzo fra noi che non saprei dire quanto sia sincero. Ci accolgono sguardi che vorrebbero essere complici, e me ne compiaccio. Daria mi si siede vicino, ma fa caldo. Prendo un’altra birra: è ora di andare. Stanno chiudendo.

Non è troppo tardi, ma già in giro si vede meno gente. Che ore si saranno fatte? L’orologio della piazza risponde battendo tre rintocchi grevi, uno acuto. Le tre e un quarto. Il primo cede. Dove si può andare a quest’ora? Caldo si, ma l’inverno ritorna a farsi sentire, nonostante l’aria immobile, le fronde degli alberi inchiodate allo sfondo mediorientale di un cielo limpido da presepe, le montagne, chiarissime, in lontananza, bianche sotto la luce della luna: il mondo dietro lo scorcio sbilenco di un palazzo in controluce.

Chissà cosa abbiamo fatto in queste ore. Siamo ancora uno in meno. Alessandro è andato via, forse solo per un po’: non saprei dire quando. Me n’accorgo solo quando non lo vedo e chiedo che fine abbia fatto. Anche Daria non c’è più: ci rivedremo allo stesso modo la prossima volta.

Le strade sempre più deserte e lontane invitano alla discrezione e al silenzio. Passeggiamo, chi più avanti, chi più indietro, sotto questi portici dalle vetrine cieche e dalle saracinesche abbassate. Comincio a canticchiare, ma la voce mi si spegne in un borbottio confuso rintanato in gola, sfumante dalla mia bocca come l’alcool che pian piano sgombera il cervello e le braccia. Intanto, però, i pensieri mi si fanno sempre più chiari. In fondo alla strada s’incomincia ad intravedere l’imbocco del viale sorvegliato da cipressi e siepi di pitosforo. Tra queste piante sempreverdi, sempre uguali, impossibilitate a crescere, ad inselvatichirsi da squadre costanti di potatori, sembra davvero che l’inverno non sia mai arrivato, così come l’estate. Ancora, in fondo, il muro grigio del cimitero, il cancello basso in ferro, l’edicoletta del custode. Da qui all’ingresso saranno solo un paio di chilometri, e Stefano propone di andare, entrare di nascosto, finire le bottiglie che rimangono, le ultime due canne e vedere l’alba li, fra mausolei in miniatura e lapidi tirate su di fresco. Da troppo ormai, però, mi trascino con indolenza, e negli occhi innaturalmente aperti, spalancati per la stanchezza, le mani contratte, capisco che non voglio altro che andare a casa. Forse no; non so.

Domani non si sa mai che mi capiti di combinare qualcosa, magari di alzarmi non troppo tardi, forse studiare anche un po’ prima di pranzo, e poi così, con regolarità, almeno per un certo tempo, senza che per questo debba sentirmi eroico. Uscendo non più tanto spesso, e comunque ritornando presto, riuscendo a fare un po’ di ginnastica, mangiando in maniera più regolare, più sana mi verrebbe da pensare.

Quando dico di volere andare via, quelli con cui mi accompagno s’impegnano per un po’ nella pantomima del dispiacere, mimano degli sforzi per trattenermi. Assisto imbambolato e un po’ distratto al solito rituale, allo sfilare stanco delle frasi «ma dove vai?» «resta con noi» «è ancora troppo presto»; quasi non le ascolto. Se lo facessi, e la mia determinazione non è mai abbastanza forte, finirei forse per cedergli, per rimanere ancora, e continuare a dolermi, a rinfacciarmi la mia debolezza, consumandomi poco a poco fino a quel mattino che annuncerebbe a tutti, con la sinfonia trita del canto degli uccelli e del sole che spazza via la notte, il momento del rientro, della fine della festa.

Con questi pensieri me ne torno verso casa: sotto i piedi il tufo scintillante per la pioggia che si è riversata fino all’ora di cena, tutt’intorno il travertino bianco sul quale lo smog ha lasciato dei segni gialli e putridi, come le tracce di una marea preistorica.

Alle mie spalle, e posso vederli senza voltarmi, i miei compagni si allontanano da me con una trascuratezza che è già abbandono e lontananza; mi arriva solo un borbottio indistinto di risate, e posso solo supporne il sens; eppure mi feriscono. Nel tornare a casa con questo passo svelto, innaturale, quasi una marcia, se non una fuga, l’imprevista notte di festa che si spegne dietro di me man mano che mi allontano dal centro, riesco piano piano a sentirmi leggero e sollevato. Qualcuno si trascina ancora anche per queste stradine secondarie; chi va e chi viene: amici ubriachi, coppie d’amanti che per l’alcool, il piacere o la gioventù, si credono invisibili nella penombra di un portone, o poggiati, pietra ansimante su pietra immobile, ombre tra ombre, a strapparsi parole spezzate, rotte a metà.

Svolte impreviste, angoli sempre più bui e nascosti, passerelle di cantieri abbandonati per la notte e poco a poco gli incontri si fanno sempre meno frequenti, le voci sempre più rare. Una finestra illuminata diventa d’improvviso cieca, poco lontano un clangore di cocci di bottiglia buttati a fine serata in un cassonetto, e poi più niente. Tutta la città sembra trattenere il respiro, ed io con essa. L’aria, nelle strade svuotate d’improvviso da ogni traccia di presente, resta immobile, contratta. Eppure, per quanto mi sforzi di concentrarmi, di tendere le orecchie, non mi riesce di avvertirne il respiro, il gonfiarsi di quella vita nuova che sembrava dover prendere il posto della passata, e rifiorir di suoni e di pensieri questa notte ormai sfiancata. S’avverte solo, nascosta in profondità, una vibrazione nervosa. E’ impossibile sentirla, ma c’è e mi arriva come delle chiacchiere indistinte al di là di un muro, il pettegolare discreto di centomila comari, come la tensione di un qualcosa vicina alla rottura, come se ogni molecola stesse per dissolversi, disgregarsi dalle altre per esplodere, diventare indipendente, ed io stesso non riesco a sentirmi estraneo a tutto questo.

Non accade nulla. In quest’assenza, quasi d’improvviso, dietro un angolo come tanti altri, svoltato distrattamente, irrompe lo spazio vuoto di una piazza. Nella mia fantasia si offre come un luogo d’attesa, solitaria e deserta come solo può essere una piazza medievale, il palazzo signorile da un lato e la chiesa con la sua fontana dirimpetto. I getti d’acqua, illuminati dal basso da giallognole lampade al quarzo, proiettano sulla facciata della chiesa di fronte onde che queste pietre, che queste latitudini, non vedevano ormai da centinaia di secoli. Dalle cavità delle rocce porose sale un sospiro simile a quello di un assetato al primo, sospirato, sorso: tutta la struttura si rilassa, si scioglie in un sussulto languido; ed io con lei. Sulla panchina di fronte alla fontana mi siedo. Qualche luce galleggia ancora sulla superficie dell’acqua, spezzandosi sulle onde ed arrivando qua fatta a brani, intrecciandosi ai miei pensieri che mi compiaccio, cosciente, di immaginarmi come brandelli d’incoscienza che pian piano affondano, allontanandosi dalla luce, alghe fatte a pezzi da una mandibola ormai fossile, una sagoma mostruosa che guizza e si agita in lontananza, cambiando forma ad ogni mio batter di ciglia, senza averne in realtà nessuna.

Seduto qui, un poco abbandonato, senza davvero niente che mi smuova dal di dentro, m’immagino rilassato e a questa immagine piano piano m’uniformo. I pensieri netti si dissolvono e comincio ad essere invaso da una marea spossata ed indifferente di mezze frasi, intelligenze interrotte che emergono per un attimo da questo ribollire placido per poi precipitare di nuovo verso il mio fondo indistinto, giù, sempre più giù, fino a quando di loro resta solo un’eco. Resto qui, leggermente inconsapevole, stordito da una tranquillità che per quanto mi sforzi di immaginarla tale non riesce in nessun modo a sembrarmi colpevole, senza una reale idea in testa per un tempo che non mi è possibile calcolare. Le distanze prendono ad annullarsi e tutto, per un attimo che forse è lungo un’ora, si concentra in un punto, e le pietre, e le case, e i palazzi, il cielo perfino, non sono più lontani di un braccio da me. Il giorno, unico fra gli eventi che potrebbe dare una misura al mio restare, non arriva, e così, quasi per gioco, provo a immaginare che mai arriverà, che potrei restare così, sospeso, presente eppure inconsapevole per il resto del tempo, ammorbidito nella carne e nei pensieri da questo languore che tutto confonde; così vorrei, oppure potrei restare. Eppure è questo pensiero a trarmi fuori da questo coma soffice. Il pensiero di una notte quasi alla fine, di un giorno quasi alle porte. Così, senza che il sole sorga realmente, senza che il suo chiarore faccia capolino dalle montagne bianche che appena avverto in lontananza, il mattino restituisce con la sua luce le cose alla loro dimensione abituale.

Mi alzo guardandomi intorno. Leggero e sollevato da ogni preoccupazione, con un’idea d’alba accesa e fredda dentro le carni, mi rimetto in cammino, e i pensieri sani, e i buoni propositi, che fino a poco fa immaginavo già falliti, delusi dalla realtà dei miei pensieri, adesso mi appaiono reali, concreti, quasi che un passo dopo l’altro possa io muovermi davvero verso qualcosa di nuovo. Un mezzo sorriso, una felicità a metà mi si scava nel viso. Casa mia non dovrebbe poi essere così lontana. Lasciandomi la piazza alle spalle, non senza nostalgia, quasi fossi sicuro di non ritrovarla più se dovessi cercarla di nuovo, riprendo la strada di quelle viuzze tutte uguali, ma realmente non m’importa dove sono, non vi presto attenzione. Qua e là si sente ancora qualche voce, in una casa suonano e cantano, sfidando, con tutta probabilità, l’irrequietezza dei vicini. Canticchio anche io, a mezza bocca, le ultime strofe di una canzone di cui non ricordo il nome, e poi la concludo dentro di me, insolitamente allegro, di un’allegria discreta che rifugge l’esuberanza. Se non fossi quello che sono potrei azzardarmi a pensarmi sereno, in un certo qual modo finalmente consapevole, una consapevolezza alla quale, una volta tanto, non mi sento in dovere di cercare ragioni. Di una stradina mi pare di riconoscere un particolare, una madonnina sotto la finestra che avrò visto chissà quante altre volte senza farci caso, poi di un’altra mi capita lo stesso. Come cambiano le cose di notte. Devo conoscere questa zona, eppure l’insieme di tutti questi dettagli, pur fornendomi una via, non riesce a dirmi esattamente dove sono. Un angolo sbrecciato da una parte, una cascata di gerani sfioriti dall’altra, e così seguo questo percorso di ricordi inconsapevoli. Dietro una svolta, sul fondo, nello spazio aperto fra due case, le prime luci dell’alba disegnano il profilo di due cipressi, i primi del viale che porta al cimitero. Seguo anche quella traccia, pensando forse di trovare un riferimento più certo per orientarmi, e non mi nascondo neppure l’idea di poter incontrare di nuovo quelli che avevo lasciato, un saluto sereno prima di ritirarci. All’imbocco del vialetto di ghiaia li vedo, immancabilmente brilli, e non posso fare a meno di sorridergli. Alessandro alza la mano per salutarmi, e quasi perde l’equilibrio. Claudia lo sostiene, lo rimette in piedi e poi corre verso di me per abbracciarmi. M’immagino raggiante, alti tre metri e mezzo, quasi come uno di questi alberi che, ai lati, racchiudono il luogo di questo incontro. Vorrei davvero che la serenità che mi sento dentro apparisse all’esterno come qualcosa di concreto, ma loro sembrano non farci caso: hanno qualcosa da raccontare, e si sente. Più per uscire dall’imbarazzo che per reale curiosità gli chiedo cosa è successo e loro, non aspettavano altro, mi rispondono:

«Eravamo seduti lì, ammazzati dal sonno e dal fumo quando abbiamo sentito un rumore».
«Che rumore?» , chiedo io, immaginandomi già una piccola cosa, una storiella da poco ingigantita dal bere e dalla compagnia, una storiella di spiriti o di fantasmi magari.
«Come di qualcosa che gratta», mi risponde Claudia, «Un po’ impauriti ci siamo affacciati dietro un gruppo di lapidi e l’abbiamo vista».
«Avete visto cosa?»
«Una volpe, e non è scappata. E’ rimasta lì a fissarci per un sacco di tempo, e poi è andata via senza fretta, con questa coda luuuuunga che si muoveva dietro di lei. Avrei voluto che ci fossi anche tu», mi dice Claudia ed io penso che, davvero, avrei voluto esserci.
«Mi chiami domani?» mi dice ancora, mentre ci allontaniamo insieme, ma già non l’ascolto più.

Un peso mi schiaccia il petto, quasi non riesco a respirare. Uno ad uno se ne vanno, centellinando i passi assonnati. Claudia, che mi tiene abbracciato alla vita, incerta anche lei se reggersi o camminare, ritarda un poco il suo momento, ma arrivati davanti a casa sua deve decidersi e m’invita a restare. Quasi senza rendermene conto salgo le scale strette che portano alla sua camera. I primi uccelli cinguettano fastidiosi oltre il vetro della sala da pranzo. Una luce senz’anima invecchia le cose disegnandone il profilo, ed io mi sento sempre più stanco. E’ la stessa lama radente che ci sorprende nudi e inanimati sul suo letto. Senza affetto, arreso quasi, arreso nuovamente, la guardo mentre mi scivola addosso, mentre mi bacia il petto e le gambe, ed il mio corpo lontano reagisce secondo automatismi vecchi come l’uomo. Eppure i miei occhi sono sempre fissi su quel mio torace gonfio, dal quale sento provenire un rumore stridulo.

Quella volpe dal manto rossiccio e dal collo candido, il musetto allungato e i piccoli denti innocui, acciambellata sulla lunga coda, come tante volte l’ho immaginata, questa volpe io l’ho persa. Eppure questa stessa volpe, adesso, mi scava nel petto, costretta nella gabbia del torace, con i suoi artigli carezzevoli piantati nel mio cuore. E resta lì, cercando di non cadere, raspando sulla mia carne dall’interno, come certi gatti disperati che, inseguiti, provano a salir di corsa sulla corteccia scabrosa di un albero, o sull’intonaco fragile di un muro; e gratta, e morde e gratta, senza cattivi intenti, o malignità. Scava non per uscire, ma per restare.

Allora resto qui, accanto a Claudia, ed allo stesso tempo distante milioni di miglia. Costretto al sonno dall’orgasmo, negli ultimi attimi di coscienza (ma starò forse già dormendo?) immagino il mio risveglio con lei domani mattina, e quella successiva, e chissà quante altre volte ancora, e ripenso sempre più distrattamente alle cose che vorrei fare e non farò, a quello che avrei potuto provare e non proverò. Intanto, seduta sulla sua lunga coda rossa, sento la mia compagna assente che mi uccide d’amore.

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