Marzo cretese

qui ero davvero giovane, credo intorno ai quindici o sedici anni

Marzo cretese

Arrivati di mattino presto a Xania abbiamo dovuto aspettare a lungo che la città si svegliasse. Seduti nell’unico bar aperto, incastrati fra due ali di serrande calate a terra, abbiamo atteso guardando dalla vetrina lo spiazzo deserto che si apre sul mare. La luce all’esterno sembrava essere uguale a quella di ogni mattina greca che riuscissi a ricordare ricordare; il porticciolo in cemento davanti a noi, il caseggiato a ferro di cavallo e la fuga infinita dell’acqua apparivano una concretezza senza punti oscuri, ed ogni colore ed ogni pietra erano come limpidi alla vista.

Ripenso adesso, seduto in questo locale, al tempo appena trascorso mentre le pareti ed il soffitto di legno laccato scuro ritardano, qui dentro il sorgere del sole.

Appesa al muro una ragazza in bianco e nero mi guarda mentre bevo te e mangio dolci al miele. Le banche apriranno solo alle otto e la prima corsa partirà forse ancora più tardi e, anche se non resta altro da fare che aspettare, in questa attesa che è solo un contare i minuti c’è qualcosa di irritante. Le lire italiane che dobbiamo ancora cambiare in dracme non ci consentono di pagare la nostra colazione, né di allontanarci, quindi, a guardare il paesaggio, o a fare due passi, e la consapevolezza di dover restare qui mi innervosisce anche se non avrei davvero voglia di spendere questo tempo in nessun altro posto. Il viaggio in nave mi ha stancato: troppo breve per riuscire a prendere sonno, con troppa gente in movimento per per riposare anche solo gli occhi, abbiamo attraversato il mare nel cuore della notte e ci troviamo adesso con una stanchezza nella testa che non assopisce né calma, ma che crea come l’attesa di qualcosa. Tutt’intorno a noi delle foto di divi americani di cinquant’anni fa, il tavolo puzza come se fosse stato verniciato di fresco ed io penso che è strano, viaggiando, in qualsiasi posto ci si trovi, desiderare di essere oltre, di aver dormito, mangiato, aver già fatto, insomma, quello che si doveva, per potersi trovare sulla strada, diretti da qualsiasi altra parte piuttosto che restare ancora dove si è.

A parole e a gesti cerco di far capire all’impiegato della biglietteria dove voglio andare ma è lui a spiegarmi che non siamo dove credevamo di essere. Il traghetto ci ha lasciato, in realtà, a pochi chilometri da Xania ed è lì che ora dobbiamo arrivare per poter prendere la corsa giusta. Il pullman si ferma solo una volta lungo la strada per far salire una vecchia con due enormi sacchi di patate. Arrivati a Xania cambiamo mezzo. Siamo in viaggio da più di venti ore ed ancora non mi riesce di assopirmi un po’. In un paese straniero si ha sempre paura di addormentarsi troppo e di perdere la fermata, scendere in ritardo e buttare via uno dei giorni di ferie; a muoversi col contagocce non è possibile sbagliare. Eppure questo confondersi dei pensieri non mi impedisce di godere di quello che dal finestrino passa, di questa terra brulla, dei cespugli di mirto, delle contorte piante di ulivo e di questo susseguirsi di nulla che ogni tornante scopre. Lungo la strada cambiamo corsa altre due volte finché l’ultimo autista, al quale abbiamo comunicato il nome della nostra destinazione, ci lascia sul ciglio, vicino all’imbocco di uno svincolo in costruzione, accanto a dei lavori arresi, per un poco, fra le campagne ininterrotte. L’ultimo pezzo è da fare a piedi; la strada è poco più di una mulattiera, un segno fatto col gesso sulla terra.,le rare auto vengono tutte in direzione contraria alla nostra. Ai lati della strada, in alto, si vedono dei mezzi da lavoro: delle scavatrici, qualche piccolo bulldozer; attaccate ad una gru dondolano delle travi in acciaio che, per come sono impolverate e rugginose, sembrano essere state dimenticate lì da tempo. Tra qualche anno, forse meno, qui sorgerà una grande strada; lo s’intuisce dalla natura dei lavori e dalla profondità degli scavi. Adesso, forse per il caldo umido, sembra tutto in abbandono. Gli operai saranno poco lontano, a far pranzo-forse sono quelli che abbiamo visto passare- ed intristisce l’idea che a tornare qui fra qualche anno non si dovrà fare questo tratto a piedi così come noi stiamo facendo, che non si troverà tutto come lo si è lasciato. Le colline tagliate come la torta da un coltello, o scavate dalle pale meccaniche, i cavi ancora penzolanti, le travi esposte sembrano testimoniare una disfatta; ma è solo un’illusione. Del nord che fino qui è arrivato questo non è il cadavere, ma solo l’immagine addormentata. Intanto la polvere degli scavi mi sbatte in faccia e mi fa lacrimare gli occhi. Il vento si incanala nel tracciato riempiendo l’aria di una densa nube di gesso. Camminando alle spalle di mio padre faccio meno fatica. Quasi non parliamo. Stretti in questa valle come nelle nostre spalle ci limitiamo a camminare. Il gesto fisico scaccia la stanchezza e ti precipita dentro le cose più di quanto può immaginare il contemplatore pigro o assorto. Bisognerebbe viaggiare solo per lavoro, penso, trovare sempre una scusa per andare da qualche parte e mai muoversi per visitare i posti, per vedere le cose. C’è qualcosa di noioso nel turismo che non riesco a definire. Le colline zollose coltivate ad ulivi si inerpicano e si ispessiscono fino a farsi promontorio di scogli affacciato sul mare. In cima, aggrappato alla roccia, il monastero ortodosso salta all’occhio per le sue pareti passate a calce e le sue finestre blu. Il lungo camminatoio che lo circonda porta direttamente ad affacciarsi sul mare, sopra una piccola spiaggia raccolta tra gli scogli. Siamo quasi vicini all’Africa eppure questo fine maggio cretese sembra non volersene accorgere; il cielo è adesso una promessa di tempesta firmata a grandi nubi, ma allo stesso tempo qualcosa ci dice che non pioverà. Fissando il cielo, in alto si ha la sensazione di guardare un viso imbronciato, si sul punto di piangere, ma che si contiene, trattiene il fiato per non cedere, non rilasciare l’emozione: intanto altre ombre passano su quel volto, altri pensieri. E’ una volta contratta e immensa quella che ci sovrasta.

I monaci ci negano la loro ospitalità. La sera è prossima e ci fermiamo per la cena nell’unica locanda nel giro di chilometri; la città più vicina e a sei o sette colline di distanza, lo vediamo sulla cartina: una trentina di chilometri soltanto, ma tutti in salita, e davvero troppi da fare a quest’ora e con la stanchezza che ci portiamo sulle spalle.

Il menu è sempre lo stesso: souvlaki e zazichi, carne e yogurt. I proprietari, un uomo ed una donna intorno alla sessantina, ci dicono che se i turisti tedeschi che hanno fermato le loro stanze non si presenteranno potremo dormire da loro. Il figlio ritardato della coppia, che come noi aspetta la cena, ci regala sempre grandi sorrisi dalla parte opposta della stanza, agitando in alto la mano in segno di saluto; seduto vicino al fuoco si riscalda insieme alla madre. Avrà un quarant’anni, penso, e tutti vissuti così, con lo stesso sorriso e con i suoi accanto. Fuori è già buio, ma si tratta di un buio di campagna, strano da spiegare. La luce al neon del piccolo parcheggio illumina qualche metro avanti alla casa il terreno sassoso e poi niente più oltre impressioni e volumi. Da lontano arriva regolare il respiro della risacca e fra le dune di sabbia sembra di riuscire ad intuire il riverbero di un mare pur troppo lontano. Come questa mattina ci troviamo ad aspettare, ma è un’attesa diversa questa, priva di ogni ansia. Speriamo senza cattiveria che i tedeschi non arrivino, o che lo facciano troppo tardi quando, addormentati o fingendoci tali, non gli apriremmo. Ma più che per le loro stanze o per antipatia speriamo che non si facciano vedere per non avere nessun altro con noi, per non dover dividere con altri questo attimo discreto che sembra quasi l’ultimo giorno di vita di qualche cosa che presto non ci sarà più, come presto non saremo più noi, perché presto non saremo più tali o gli stessi, perché a breve torneremo al pensiero e al giudizio, all’arte e alla lettura, al nostro viaggiare che è un’accumulare impressioni e paesaggi come banconote in una scatola. Non fa paura la morte questa sera.

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