Una storia americana

(una) storia americana

Il ritorno del documentario nelle sale italiane riserva sempre delle sorprese sempre delle sorprese.

E’ questo il caso di “Una storia americana” (Capturing Friedman-An American Story), opera d’esordio del regista statunitense Andrew Jarecki

Sarebbe ingiusto dire che l’interesse principale di quest’opera va individuato nel come l’autore, partendo dal ritratto di una rispettata famiglia della middle-class americana, esibisce l’altro lato della medaglia, un pozzo nero di segreti, perversioni inconfessabili e atrocità compiute (forse) sotto il sole di una tranquilla cittadina di provincia.

Il cinema statunitense, e non solo, ci ha da tempo insegnato (si pensi a film come “Happines”, di Todd Solonz, e a “Velluto Blu” di David Lynch) che la rispettabilità è molto spesso solo la gabbia dorata d’indicibili repressioni, drammi e perversioni delle più atroci.

Il regista di “Una storia americana” parte quindi da un fatto compiuto, non si riserva la sorpresa di svelare che un rispettato membro della comunità, professore di scienze dell’anno, insegnante privato di musica e di informatica è stato, insieme ad uno dei tre figli, accusato e condannato per abusi e sevizie nei confronti di decine di minori: neanche l’accusa stessa, o il processo, sono al centro del documentario, ma diventano corredo di una riflessione più ampia sui rapporti interni ad una famiglia e sui rapporti di questa con la propria comunità di riferimento: una comunità che reagisce come un organismo solo e come uno solo organismo forse sbaglia, spinta dalla psicosi dell’abuso.

Ma quello che più sorprende, vedendo questo lavoro, è scoprire, ancora una volta, nel caso ce ne fosse stato bisogno, il rapporto particolare che gli americani hanno con i loro media e, più nello specifico, con l’immagine.

I Friedman avevano l’abitudine di documentare ogni cosa: esagerando si può affermare che, da tre generazioni, ogni evento della loro vita è stato impresso su pellicola, registrato su nastro e, ad ogni modo, passato attraverso il filtro di un obiettivo per essere immagazzinato, tolto dalla memoria comune e catalogato in scatole e scaffali. Anche quando l’accusa infamante di pedofilia è calata sulla loro famiglia con tutta la furia distruttrice che si può immaginare, una telecamera è rimasta accesa sulle loro vite. Le riunioni preparatorie alla difesa, le giornate prima del processo, la famiglia che piano piano crollava su se stessa, persino l’ultima notte passata insieme prima che i condannati venissero tradotti in carcere sono state filmate, ed è su questo materiale che il regista ha potuto costruire la propria storia. Allo spettatore, al di là di tutte le implicazioni sociologiche e morali che da una vicenda simile possono scaturire, resta quindi da scoprire come gli americani assomiglino in modo impressionante alla loro televisione, alle loro sit-com, al

loro cinema di intrattenimento. I serial televisivi, che da almeno due decenni hanno invaso anche le nostre reti, ci sono forse apparsi, almeno inizialmente, esagerati, parabolici, di certo semplicistici e non fedeli interpreti della realtà che andavano a rappresentare. Questo documentario, fra i tanti meriti che possiede, vanta di sicuro quello di abbattere definitivamente ogni confine fra un paese e la propria immagine mediatica. E così tanti film passati inosservati sulle nostre reti, trasmessi stancamente nei pomeriggi estivi, diventano una sorta di reportage espanso (al quale manca il contraddittorio naturalmente)su di un mondo del quale sappiamo davvero troppo poco. Non ci si deve quindi sorprendere notando che, proprio in questa pellicola, le immagini realizzate dal regista e dalla sua troupe per raccontare la comunità nella quale la famiglia viveva siano le sole a risultare artefatte, poco in linea con il resto, quasi che il documentario non sia il mezzo più adatto a raccontare questo strano paese. Qualcosa non torna.

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