Qualche parola veloce sull’intervento di Dario Fo al Vaffa Day del primo dicembre 2013

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L’intervento di ieri di Dario Fo al Vaffa Day è stato un capolavoro. E’ riuscito a mettere insieme tutte le cose peggiori di quello che è stato, di quello che è, di quello che siamo stati, di quello che saremo e (speriamo di no) continueremo ad essere. Il tutto può essere riassunto in una sola, orribile parola, che invece il premio Nobel ha assunto come cardine principale della propria retorica: la nostalgia. La nostalgia, su basi reali o immaginarie, è trasversale e comune ad ogni ideologia. Il fascismo (“Quando eravamo un impero”/”Quando bonificavamo la pianura pontina”), i nostalgici del PCI, i nostalgici di ben altro (“adda venì baffone”), il nasizmo “Quando andavamo a petto nudo a combattere i draghi per salvare la bella Brunilde) il socialismo partitico (“Craxi ha rubato, ma lui sì che era uno statista, mica Berlusconi”) i Democristiani (quando erano loro il primo partito…vabbè, non che sia cambiato poi molto) e infine il grillismo. Solo che la nostalgia grillina, ammantata di green economy e tecnologismi vari, si perde nel passato del secondo dopoguerra, quando eravamo una potenza industriale in crescita, quando speravamo, quando eravamo poveri ma pieni di valori, quando “si stava peggio ma si stava meglio”. Fo osa di più, torna al Medioevo, al Rinascimento, quando eravamo famosi in tutto il modo, quando costruivamo i teatri per gli inglesi, etc. Sarebbe come sentire un olandese dire “ah, quando eravamo la prima potenza commerciale d’Europa prima che la bolla speculativa sul commercio di papaveri affossasse la nostra economia” o un inglese rimpiangere l’impero (vabbè, questa è più che un’ipotesi). Dobbiamo tornare ad essere grandi, secondo Dario Fo, in sostanza perché lo siamo stati, per una sorta di determinismo genetico che continua a lavorare dentro di noi nonostante le cattive abitudini sociali (e la mala politica) ci impediscano di esprimere tutte le nostre possibilità. Una sorta di poetica mitica del “mady in italy” come eugenetica del mondo, del gusto come determinazione, della fantasia come marchio di fabrica imprescindibile. Come i vecchi, Fo, rimpiange il passato. Solo che rimpiange un passato che non ha mai vissuto e di cui si guarda bene dal mettere in evidenza le moltissime contraddizioni. Senza, inoltre, proporre soluzioni concrete per il futuro (non è il suo ruolo, sia chiaro) ma affidandosi ad un generico “guardiamo indietro per andare avanti” La storia come racconto mitizzato, come “terra di nessuno” su cui impiantare la propria ideologia. Io ci vedo del fascismo strisciante in questo, ma naturalmente sono solo un nemico del popolo.

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