Archivi categoria: Varie ed eventuali

Prendi il treno dopo una giornata di lavoro per tornare a casa. La linea è rallentata perché qualcuno si è buttato sui binari. I ritardi, annunciati, possono arrivare fino a un’ora. Raggiungi quindi con disagio la metro sperando di cavartela, ma dopo quattro stazioni le soste diventano sempre più lunghe, i vagoni sempre più pieni, la gente è accampata sulle banchine mentre quelli che arrivano non riescono più a passare. Su twitter l’atac comunica che la colpa è di un treno vandalizzato a Spagna e che presto la situazione si normalizzerà ma quando, dopo un’interminabile quanto ingiustificata attesa, durata forse più di mezz’ora, gli altoparlanti della metro annunciano il blocco dell’intera linea la colpa viene data a un treno fermo a termini. Esci, facendoti largo fra un muro di gente. Gli autobus sono, naturalmente, troppo pieni, ma tanto li superi agevolmente a piedi visto come arrancano nel traffico caotico, congestionato e indisciplinato. Te la fai a piedi fino a termini, ma tanto le banchine sono talmente cariche di gente che non si riescono neanche a vedere le fermate. Intanto la gente urla, l’esasperazione è palpabile, fisica, angosciante. Decidi di arrivare fino alla fine della stazione, per prendere il termini giardinetti ma il camminare è un farsi largo fra lo smog, la puzza di urina e il fetore che i cassonetti troppo pieni rilasciano, insieme al putridume vischioso che fanno colare sui marciapiedi. La colonna sonora è quella tagliente dei clacson, mescolata alla litania monotona degli annunci di ritardo che si accumulano uno sull’altro, meccanici, burocraticamente sadici nel loro salmodiare monocorde. Il trenino, naturalmente, ti parte davanti, ma accogli l’ultimo disagio quasi con gratitudine, un momento di pausa, di silenzio, prima di ricominciare l’odissea. Neanche questo è concesso. I tuoi compagni sbraitano, s’accalcano, parlano al telefono vomitandoti addosso con arroganza le loro intimità, ascoltano la musica a tutto volume. Al momento di salire, poi, senza nessuna necessità visto che il treno è vuoto, si affrettano a sedersi, corrono, spingono. Il treno, si sa, è vecchio, e a prenderlo spesso non si gode più neanche di questo fascino. Il “vintage” è diventato solo inadeguatezza. Le luci si accendono e si spengono, la mancanza di areazione costringe gli odori a stazionare, quello del sudore, quello di cucinato, quello del fumo quello del livore. La curiosità verso gli altri, verso il diverso da te è ormai cancellata dalla stanchezza, dalla vicinanza prolungata e coatta. Capisci la rabbia che prima non capivi, capisci l’intolleranza, l’assaggi, anche se ti costringi a reprimerla, a razionalizzarla, a esorcizzarla. Forse siamo in arrivo. Forse. Durante tutto il tragitto non una faccia amica, non un controllore, non una presenza qualsiasi che potesse indicare, spiegare, se non risolvere. Solo la sensazione permanente di un’assenza. A che pro tutto questo?

A che pro?

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Lansdale, la Bibbia e l’omogenitorialità

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Sull’adozione da parte di coppie omosessuali potete pensarla come volete, ma prima di portare quello proposto dalla Bibbia come modello ideale di famiglia…rileggiamoci Lansdale.

 

Poi, naturalmente, c’è tutto quel casino di Sodoma e Gomorra. Dio voleva buttare la Bomba su quelle città senza pensarci due volte, ma Abramo, dimostrando di avere più pazienza e comprensione umana di quanto ne abbia mai mostrata Dio, gli suggerì che se in quei posti di merda si trovavano anche solo sette fedeli servitori di Dio, avrebbe dovuto risparmiare le due città. E’ un po’ come una scommessa, vedete.
Ovviamente alla fine l’ebbe vinta Dio. Eccezion fatta per gli emissari di Abramo, Lot e la sua famiglia, la gente di Sodoma e Gomorra era tutta di indole e di motivazioni malvagie, e non avevano altro in mente che non fossero la dissolutezza e i reciproci buchi del culo, ben oliati, e quando Dio trasformò quei paesi in voragini nel terreno vennero risparmiati solo Lot e le sue figlie, per quanto, ahimè. la Moglie di Lot facesse lo sbaglio di voltarsi a guardare per vedere quanto in alto saltava in aria la città, e Dio, sempre cocciuto nei suoi piani, avendo messo in guardia la famiglia, negando loro il divertimento di vedere una città che saltava in aria, la trasformò in quello che negli anni a venire avrebbe dato prova di essere un buon lecca-lecca di sale per le pecore di passaggio.
Eppure, anche se in quelle città fossero stati tutti dei grandissimi stronzi, dovete ammettere che Abramo e Lot hanno mostrato di avere un’indole più affabile, e se dovessi scegliere tra loro e Dio come modelli, beh, io propenderei per gli esseri umani. Naturalmente se arrivassi a essere potente come Dio, forse sceglierei di avere un’indole come la sua, mi metterei veramente a fare a brandelli i cattivi. Alcuni dei quali erano stati definiti tali perchè non volevano inginocchiarsi tutti i giorni a pregare un prepotente.
Effettivamente, ora che ci penso, devo dire che Lot aveva anche i suoi difetti. Le cose sono andate pressappoco così: insomma, Lot va nel suo buco a Sodoma e si porta dietro un paio di angeli di Dio. Arrivano all’ora di pranzo, credo. Comunque, abbiamo Lot a casa sua, e sta cercando di cucinare la minestra per quegli angeli come si deve – e se vi è mai capitato di preparare il pranzo per vostra suocera potete figurarvi quale tensione possa esserci nell’aria – e all’improvviso bussano alla porta e, se si può credere al film La Bibbia – ma Hollywood potrebbe mai mentirci? – ecco tutto quel branco di tipi con la faccia dipinta e vestiti di pelli e con un’aria furtiva, e stando alla Bibbia questi tipi sul portico non esitarono nemmeno per un momento. Chiesero a Lot di far uscire quegli uomini che avevano visto girare in città. Quegli uomini, ovviamente, erano gli angeli, i quali non erano riconoscibili come aiutanti di Dio, dato che s’erano tolti gli anelli col sigillo dei cieli ed erano in incognito, con addosso abiti umani e i capelli imbrillantinati e pettinati all’indietro.
Ma, vedete, quei sodomiti volevano che Lot li presentasse a quegli angeli con le chiappette così carine, perchè ahem, volevano ‘conoscerli’.
Questa faccenda del ‘conoscerli’ è un’astuta espressione gergale della Bibbia che in realtà vuol dire montare e galoppare, allargare le gambe, buttare l’ancora, nascondere il salame, inzuppare il biscotto, assaggiare il manzo, mettere l’asino nella stalla…beh credo che abbiate capito.
Così Lot, essendo una specie di, sapete, come dire, Padre dell’Anno, disse
“Cazzo, no, non toccherete quei tipi. Piuttosto prendetevi le mie figlie”.
Non sto scherzando. Andatevi a rileggere il Vecchio Testamento. Questo tipo qui è uno che dovremmo prendere un po’ a esempio. Ma ve l’immaginate, le figlie sono già piuttosto tese, tenuto conto che devono servire quegli angeli e farli contenti, limitare il trucco a un livello accettabile, evitare di far scivolare i piedi sul pavimento, non sia mai che qualcuno pensi che scorreggiano – ricordate che Onan ha fatto una brutta fine per via del controllo delle nascite, per cui che ne sai cosa ti succederà se ti lasci scappare una scorreggia o una supposta scorreggia – e papà torna dopo aver discusso con una folla di uomini piuttosto rozzi, di quelli che gli viene duro per qualsiasi cosa appena appena più attraente di un buco in una palizzata, e papà dice, “Tutto a posto fanciulle, toglietevi le mutandine e andate fuori”.
Vi renderete conto che un tale atteggiamento paterno ha lasciato le ragazze un po’ interdette, ecco cosa sto cercando di dirvi.
Ma gli angeli, rendendosi finalmente conto che non avrebbero finito il pranzo in pace, uscirono sul portico e accecarono tutti, e poi Lot e famiglia si diressero verso le colline, la mamma per buscarsi il summenzionato trattamento al sale, e poco dopo le figlie avrebbero deciso, beh, che cazzo, perchè non facciamo ubriacare papà e ce lo scopiamo, e l’hanno fatto per davvero.
Voglio dire, è una famiglia con qualche serio problema o no?
La Bibbia comunque è proprio piena di gente incantevole, vero?

Tratto dall’articolo Eccitarsi per l’horror: emozioni a basso costo (A Hard-On for Horror: Low Budget Excitement(with a philosophical religious aside)), traduzione di Umberto Rossi. Pubblicato nella raccolta Maneggiare con cura, 2004, Fanucci editore.  Qui l’articolo originale, integrale e in inglese: http://docs2.chomikuj.pl/1851436378,PL,0,0,Joe-R.-Lansdale—A-Hard-On-For-Horror.rtf

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sull’editoriale di Travaglio, sulla Borromeo e sui giovani

In risposta a QUESTO editoriale di Marco Travaglio

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La difesa di Marco Travaglio dell'”inchiesta” di Beatrice Borromeo sulle abitudini sessuali degli adolescenti, pur legittima e scontata, è un insieme di contraddizioni, passi falsi, e salti logici che stonano con il lavoro di un giornalista che Montanelli elogiava proprio per l’uso che il nostro faceva dei propri – capienti – archivi.

Del resto, per chiudere la polemica nata in seguito agli articoli della Borromeo,  basterebbe chiedersi come sarebbero stati giudicati se fossero stati oggetto di revisione durante il prestigioso Master in Giornalismo da lei conseguito presso la Columbia University.  Vista la totale assenza di fonti verificabili e di dati scientifici a corredo delle posizioni espresse la risposta dovrebbe apparire scontata. Del resto, lo stesso dubbio potrebbe sorgere  se si ipotizza che a presentare la stessa “inchiesta” alla redazione del Il Fatto fosse stato un giornalista dai natali – giornalistici e non – meno prestigiosi. È probabile che il nome abbia fatto soprassedere dal legittimo rigore che si dovrebbe pretendere da un’analisi di questo tipo, specialmente considerata la delicatezza dell’argomento trattato. Perché l’argomento è uno di quelli particolarmente sensibili, non perché tocca direttamente i giovani che gli articoli della giornalista pretendono di rappresentare – fortunatamente gli adolescenti scelgono autonomamente sia come auto rappresentarsi che attraverso quali canali farlo – ma perché possono influenzare la percezione che di questi hanno gli adulti e, in particolare, i genitori i quali, come i genitori di ogni epoca, dei propri figli sanno veramente poco. Ed è probabilmente questa parziale ignoranza che permette ai ragazzi di diventare soggetti autonomi, con personalità, gusti e peculiarità distinte da quelle dei loro padri e delle loro madri. Una generazione nuova, insomma, migliore o peggiore difficile dirlo, di sicuro diversamente vitale.

Travaglio, in una difesa che assomiglia ad una traballante barricata, parla senza mezzi termini di “malattia sociale”. Oltre a non specificare per quali motivi un fenomeno – se le poche e non verificabili testimonianze esposte, quasi anatomicamente, più che riportate dalla Borromeo possono essere definite come tale – si configuri anche come malattia più avanti il giornalista afferma che ” Sappiamo benissimo che raccontare fenomeni anche molto diffusi non significa generalizzare” per poi, all’interno dello stesso periodo, specificare che questi non molto diffusi fenomeni, quando diventano fenomeni sociali vanno raccontati, anche se fanno male e a qualcuno piacerebbe non leggere di questa verità (una verità forse sconvolgente ma di sicuro non nuova visto che StudioAperto se ne occupa da anni, più o meno con gli stessi toni).

Di cosa si sta parlando,  allora? Di una “malattia”? Di un fenomeno diffuso il quale, però,  non va “generalizzato” (una malattia non endemica, dunque)? Un fenomeno, ancora, ma sociale, cioè ampiamente diffuso e quindi generalizzato, preoccupante proprio perché esce fuori dalla – ristrettissima – casistica delle testimonianze riportate dalla Borromeo?

Al di là di questa, forse non accidentale, confusione lessicale, Travaglio evita accuratamente di dire perché e  secondo quali parametri queste testimonianze dovrebbero configurarsi come “malattia” o come ” fenomeno sociale”. Abituato com’è,  nella propria area di interesse professionale, a dover giustificare ogni affermazione con “le carte”, sia per risultare inattaccabile sia per evitare pesanti querele, che sono il rischio di ogni giornalista che si avventuri su terreni scomodi, il vice-direttore de Il Fatto pensa probabilmente che lo stesso rigore che pretende quando si parla di economia e legislatura non vada applicato al campo delle scienze sociali. Come se il giornalismo che si occupa delle abitudini sociali e sessuali degli adolescenti fosse una sorta di “giornalismo in vacanza”, un giornalismo chiacchierato più che documentato, presupposto prima che verificato. Oppure, ipotesi ancora più preoccupante, Travaglio pensa che, mentre quando si parla di leggi, sentenze, riforme e manovre finanziarie i numeri e “le carte” siano imprescindibili, mentre quando si parla di persone no, come se statistiche, inchieste (questa volta senza virgolette) precedenti utilizzate per mostrare il “fenomeno” sotto forma evolutiva, fossero solo un inutile e ingombrante fardello da sacrificare sull’altare delle opinioni e dei pregiudizi.

Cito di nuovo dall’editoriale di Travaglio:

C’è poi chi – munito di robusti paraocchi – spacca il capello in quattro per mettere in dubbio la veridicità delle storie che abbiamo raccontato, oppure pensa di poter demolire la solidità della nostra inchiesta con l’argomentazione che “non tutti i ragazzi e le ragazze sono così” come quelli che Beatrice ha descritto, o ancora sostiene che certe storie non andrebbero raccontate perché ledono la dignità umana, o femminile, e scemenze simili. Sono argomentazioni che mi ricordano quelle dei politici o dei loro tifosi, che appena parli di un ladro ti dicono che non tutti sono ladri.

Quasi nessuno, da quanto ho potuto leggere, ha obiettato che quegli articoli non andavano scritti perché potevano ledere la dignità di qualcuno – se non della giornalista stessa.  Molti, invece, come nota giustamente anche il giornalista, hanno messo in evidenza la non verificabile veridicità delle affermazioni riportate. Oltre a sottolineare l’ennesima contraddizione del giornalista – se, non tutti, ma almeno un numero considerevole di ragazzi e ragazze non sono così non ha senso parlare di “malattia” e “fenomeno sociale” – spaccare il capello in quattro non è, in questo caso un esercizio di sterile pignoleria ma l’applicazione di un giusto scrupolo, una legittima richiesta di rigore.

Rigore che Travaglio, il quale pur  lo ostenta spesso come un pilastro della propria attività professionale,  non crede evidentemente necessario applicare in questo caso specifico, dove due chiacchiere, un linguaggio colorito ma in larga parte artificiale, una distanza evidentemente siderale dall’argomento trattato e una pruderie mascherata da comprensione, sono sufficienti a sostituire quei fatti presumibilmente tanto importanti per una testata che li ha eletti, nel titolo, a proprio baluardo.

Una puntata di un qualsiasi teen drama televisivo, anche di quelli più conservatori e retrogradi, dietro la loro sottile patina progressista, come Glee, affronta gli stessi argomenti con più sincerità e interesse, non fosse altro per la moltiplicazione dei punti di vista. Certo, in questi serial la parola “pompino” non compare mai.

Quello della Borromeo è forse, però, un peccato originale che vede in Travaglio il biblico serpente. Quando il giornalista afferma:

sono orgoglioso di aver pensato, insieme a Peter Gomez, questa inchiesta e di averla affidata a Beatrice Borromeo

verrebbe da chiedersi se non sarebbe stato meglio far ricadere la scelta su qualcuno con maggiore esperienza dei – delicatissimi – argomenti oggetto dell'”inchiesta”. O, per lo meno, a qualcuno che avesse la voglia di chiedere (anche) a chi i giovani li conosce, a chi li studia e non si limita a farci una chiacchierata ogni tanto, a chi, magari, tutti i giorni lavora con loro.

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