Un oceano di silenzi, stereografia e vecchi fumetti. Il viaggio 3D di Jim Curious

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Che fine ha fatto Buci?

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Snowpiercer – Le transperceneige, dal fumetto al film

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sull’editoriale di Travaglio, sulla Borromeo e sui giovani

In risposta a QUESTO editoriale di Marco Travaglio

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La difesa di Marco Travaglio dell'”inchiesta” di Beatrice Borromeo sulle abitudini sessuali degli adolescenti, pur legittima e scontata, è un insieme di contraddizioni, passi falsi, e salti logici che stonano con il lavoro di un giornalista che Montanelli elogiava proprio per l’uso che il nostro faceva dei propri – capienti – archivi.

Del resto, per chiudere la polemica nata in seguito agli articoli della Borromeo,  basterebbe chiedersi come sarebbero stati giudicati se fossero stati oggetto di revisione durante il prestigioso Master in Giornalismo da lei conseguito presso la Columbia University.  Vista la totale assenza di fonti verificabili e di dati scientifici a corredo delle posizioni espresse la risposta dovrebbe apparire scontata. Del resto, lo stesso dubbio potrebbe sorgere  se si ipotizza che a presentare la stessa “inchiesta” alla redazione del Il Fatto fosse stato un giornalista dai natali – giornalistici e non – meno prestigiosi. È probabile che il nome abbia fatto soprassedere dal legittimo rigore che si dovrebbe pretendere da un’analisi di questo tipo, specialmente considerata la delicatezza dell’argomento trattato. Perché l’argomento è uno di quelli particolarmente sensibili, non perché tocca direttamente i giovani che gli articoli della giornalista pretendono di rappresentare – fortunatamente gli adolescenti scelgono autonomamente sia come auto rappresentarsi che attraverso quali canali farlo – ma perché possono influenzare la percezione che di questi hanno gli adulti e, in particolare, i genitori i quali, come i genitori di ogni epoca, dei propri figli sanno veramente poco. Ed è probabilmente questa parziale ignoranza che permette ai ragazzi di diventare soggetti autonomi, con personalità, gusti e peculiarità distinte da quelle dei loro padri e delle loro madri. Una generazione nuova, insomma, migliore o peggiore difficile dirlo, di sicuro diversamente vitale.

Travaglio, in una difesa che assomiglia ad una traballante barricata, parla senza mezzi termini di “malattia sociale”. Oltre a non specificare per quali motivi un fenomeno – se le poche e non verificabili testimonianze esposte, quasi anatomicamente, più che riportate dalla Borromeo possono essere definite come tale – si configuri anche come malattia più avanti il giornalista afferma che ” Sappiamo benissimo che raccontare fenomeni anche molto diffusi non significa generalizzare” per poi, all’interno dello stesso periodo, specificare che questi non molto diffusi fenomeni, quando diventano fenomeni sociali vanno raccontati, anche se fanno male e a qualcuno piacerebbe non leggere di questa verità (una verità forse sconvolgente ma di sicuro non nuova visto che StudioAperto se ne occupa da anni, più o meno con gli stessi toni).

Di cosa si sta parlando,  allora? Di una “malattia”? Di un fenomeno diffuso il quale, però,  non va “generalizzato” (una malattia non endemica, dunque)? Un fenomeno, ancora, ma sociale, cioè ampiamente diffuso e quindi generalizzato, preoccupante proprio perché esce fuori dalla – ristrettissima – casistica delle testimonianze riportate dalla Borromeo?

Al di là di questa, forse non accidentale, confusione lessicale, Travaglio evita accuratamente di dire perché e  secondo quali parametri queste testimonianze dovrebbero configurarsi come “malattia” o come ” fenomeno sociale”. Abituato com’è,  nella propria area di interesse professionale, a dover giustificare ogni affermazione con “le carte”, sia per risultare inattaccabile sia per evitare pesanti querele, che sono il rischio di ogni giornalista che si avventuri su terreni scomodi, il vice-direttore de Il Fatto pensa probabilmente che lo stesso rigore che pretende quando si parla di economia e legislatura non vada applicato al campo delle scienze sociali. Come se il giornalismo che si occupa delle abitudini sociali e sessuali degli adolescenti fosse una sorta di “giornalismo in vacanza”, un giornalismo chiacchierato più che documentato, presupposto prima che verificato. Oppure, ipotesi ancora più preoccupante, Travaglio pensa che, mentre quando si parla di leggi, sentenze, riforme e manovre finanziarie i numeri e “le carte” siano imprescindibili, mentre quando si parla di persone no, come se statistiche, inchieste (questa volta senza virgolette) precedenti utilizzate per mostrare il “fenomeno” sotto forma evolutiva, fossero solo un inutile e ingombrante fardello da sacrificare sull’altare delle opinioni e dei pregiudizi.

Cito di nuovo dall’editoriale di Travaglio:

C’è poi chi – munito di robusti paraocchi – spacca il capello in quattro per mettere in dubbio la veridicità delle storie che abbiamo raccontato, oppure pensa di poter demolire la solidità della nostra inchiesta con l’argomentazione che “non tutti i ragazzi e le ragazze sono così” come quelli che Beatrice ha descritto, o ancora sostiene che certe storie non andrebbero raccontate perché ledono la dignità umana, o femminile, e scemenze simili. Sono argomentazioni che mi ricordano quelle dei politici o dei loro tifosi, che appena parli di un ladro ti dicono che non tutti sono ladri.

Quasi nessuno, da quanto ho potuto leggere, ha obiettato che quegli articoli non andavano scritti perché potevano ledere la dignità di qualcuno – se non della giornalista stessa.  Molti, invece, come nota giustamente anche il giornalista, hanno messo in evidenza la non verificabile veridicità delle affermazioni riportate. Oltre a sottolineare l’ennesima contraddizione del giornalista – se, non tutti, ma almeno un numero considerevole di ragazzi e ragazze non sono così non ha senso parlare di “malattia” e “fenomeno sociale” – spaccare il capello in quattro non è, in questo caso un esercizio di sterile pignoleria ma l’applicazione di un giusto scrupolo, una legittima richiesta di rigore.

Rigore che Travaglio, il quale pur  lo ostenta spesso come un pilastro della propria attività professionale,  non crede evidentemente necessario applicare in questo caso specifico, dove due chiacchiere, un linguaggio colorito ma in larga parte artificiale, una distanza evidentemente siderale dall’argomento trattato e una pruderie mascherata da comprensione, sono sufficienti a sostituire quei fatti presumibilmente tanto importanti per una testata che li ha eletti, nel titolo, a proprio baluardo.

Una puntata di un qualsiasi teen drama televisivo, anche di quelli più conservatori e retrogradi, dietro la loro sottile patina progressista, come Glee, affronta gli stessi argomenti con più sincerità e interesse, non fosse altro per la moltiplicazione dei punti di vista. Certo, in questi serial la parola “pompino” non compare mai.

Quello della Borromeo è forse, però, un peccato originale che vede in Travaglio il biblico serpente. Quando il giornalista afferma:

sono orgoglioso di aver pensato, insieme a Peter Gomez, questa inchiesta e di averla affidata a Beatrice Borromeo

verrebbe da chiedersi se non sarebbe stato meglio far ricadere la scelta su qualcuno con maggiore esperienza dei – delicatissimi – argomenti oggetto dell'”inchiesta”. O, per lo meno, a qualcuno che avesse la voglia di chiedere (anche) a chi i giovani li conosce, a chi li studia e non si limita a farci una chiacchierata ogni tanto, a chi, magari, tutti i giorni lavora con loro.

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Biancaneve e verde fiamma, l’esordio di Romano Scarpa su Topolino

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Andrea Scanzi, il vino, Matteo Renzi – e Topolino

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